I fantasmi di Sherlock (copertina)

I fantasmi di Sherlock (Massimo Polidoro)

E se lo spirito di Conan Doyle tornasse fra di noi ad ispirare nuovi autori per nuove gesta del famoso detective nato dalla sua penna? Magari lo spirito letterario è tornato – o forse non si è mai sopito: in questi giorni ho visto due libri che riprendono (senza scimmiottare o copiare), estendono, accompagnano le gesta del famoso detective. In questo articolo mi concentrerò su nuove avventure (ideate da Polidoro) per il vecchio investigatore. In un futuro articolo tratterò anche la sorella minore di Holmes, Enola, ma solo ed esclusivamente dopo aver letto il libro (chi mi segue dall’inizio lo sa che la mia regola è “prima si legge, poi si commenta”) – appena pubblico l’articolo, troverete qui il link.

Massimo Polidoro (wiki, sito), grande appassionato delle avventure di Sherlock Holmes, nonché solerte sostenitore delle sue tecniche investigative, ha provato ad afferrare l’essenza di scrittore di Doyle e l’ha declinata su un piano “scivoloso”: quel paranormale che per Sherlock era finzione ed inganno mentre per Doyle era realtà e (una superiore) verità.

Occorre qui trattare subito questa dicotomia. Doyle fu un fervente spiritista, soprattutto dopo la morte del figlio durante la seconda guerra mondiale. Ma anche prima di questa tragedia aveva iniziato ad interessarsi di veggenti, contattisti, medium. Aveva persino stretto amicizia con Houdini (che costantemente gli confessava che i suoi erano trucchi, ma Sir Arthur si rifiutava di accettare questa cosa). La cosa buffa è che nonostante queste sue idee, mantenne Holmes estremamente razionale, sempre legato alla realtà dei fatti, anche quando sembravano incredibili. Anche se non si trova (o almeno, io non ricordo) nei racconti nessuna presa di posizione esplicita e chiara del detective sulla questione, si capisce che Holmes non crede al paranormale, ma solo ai fatti reali; e se qualcosa sembra andare contro il senso comune, la logica dell’investigatore riconduce tutto a questioni prettamente fisiche, misurabili, percettibili, riproducibili.

Massimo ci racconta di aver “casualmente” trovato un manoscritto bla bla bla… un artificio letterario (usato da tanti altri – ad esempio il Manzoni per i Promessi sposi, per citarne solo uno) per introdurre storie di altri tempi, solitamente riproposte così come ci sono giunte, salvo “minimi interventi resi necessari dai danni del tempo” (dalla “nota dell’editore”).

E qui si vede la prima differenza fra Polidoro e Doyle: se il primo (in ordine di nascita) usava un linguaggio un po’ pomposo (diciamo stile Vittoriano, tipico dell’epoca in cui scriveva), i racconti proposti in questa opera sono più leggeri e diretti, Questo senza togliere, però, l’eleganza di parola del protagonista principale. Una mia impressione è che lo Sherlock di Polidoro sia più chiacchierino dello Sherlock di Doyle ma – ripeto – è una mia idea e al momento non posso controllare se è vera. L’investigatore creato da Doyle, che io ricordi, centellinava le parole e cercava sempre quelle più precise. Anche quello di Polidoro è attento ad usare le parole giuste, ma a volte ne usa qualcuna in più e vi si nota una leggera, misuscola, sfumatura di empatia e ottimismo verso il genere umano.

Andiamo all’opera: dopo l’introduzione di Massimo, viene lasciata la parola al dottor Watson, che spiega come mai questi racconti non hanno mai visto la stampa ma sono stati affidati a qualcuno perché li tenesse nascosti e, solo dopo molto tempo, fossero analizzati per capire se i tempi fossero giusti per pubblicarli. Ma riporto due citazioni da questa introduzione di Watson:

“Com’è universalmente noto, da tempo sir Arthur professa fervida fede nello spiritismo; ed è mia convinzione che talune conclusioni cui giungemmo Sherlock ed io in queste indagini [raccontate nel libro] non si accorderebbero con le speranze che egli nutre verso tale dottrina”

“[…] ho giudicato prudente riporre questi racconti in un plico sigillato, consegnandoli a custodi degni di fiducia con l’esplicita istruzione di renderli pubblici soltanto quando i tempi saranno maturi”

Non svelerò la trama di nessun racconto: mi accontenterò di fornire alcuni spunti, altrimenti vi tolgo il bello della lettura. E si inizia con la prima delle 8 avventure.

C’è di mezzo un morto, come ci si può attendere dalle storie con protagonista Holmes. Un cadavere dentro una stanza chiusa dall’interno, stanza usata per amplificare le energie che permettono la manifestazione di spiriti. Si tratta della stanza Paradol, caso (ci spiega Polidoro in una piccola scheda a fine racconto) citato da Watson nel racconto “Cinque semi d’arancio”.

Una caratteristica di questo libro è, appunto, che alla fine di ogni racconto è presente una piccola scheda che rimanda (in qualche caso) ad una citazione nei racconti di Doyle e, in altri casi, ad eventi realmente accaduti o personaggi realmente esistiti. Come, per esempio, nel secondo racconto in cui si parla di un medium capace di levitare: la storia di fantasia ci presenta un personaggio ambiguo. Ma i riferimenti sono ad un medium realmente esistito.

Anche nel terzo racconto si fa riferimento ad un personaggio realmente esistito, che nella fantasia del racconto viene rapito ma riesce a mandare un messaggio ad un amico: una specie di disegno che però, per lui, è incomprensibile. In questo caso sono gli strumenti dello spiritismo a dare una mano ad Holmes, senza tirare in ballo nessuno spettro. Nel quarto invece Sherlock intuisce una cura medica, realmente utilizzata ai giorni nostri. Mentre il cliente del detective si spaventa perché crede che sua sorella sia soggiogata con riti Vudù, Holmes capisce che quello che succede è in realtà per aiutare la ragazza.

Se nel quinto racconto Holmes si scontra con una società segreta, nel sesto difende una povera istitutrice dalle follie del suo datore di lavoro. Il settimo racconto, invece, ancora una volta prende lo spunto da un evento reale: Elephant Man (dalla cui storia è nato anche un film – wiki, myMovies – nota: alcune immagini possono impressionare). E ci presenta uno Sherlock decisamente umano, come non si era mai visto.

Il manoscritto di Watson si chiude con un Holmes ormai in pensione, dedito alla cura delle api nel Sussex. Il dottore, accompagnato dal suo amico ed “agente letterario” Conan Doyle va a fare visita al vecchio compagno d’avventure. Doyle propone al detective un mistero, da cui Sherlock si svincola elegantemente. Si tratta delle famose foto delle fate di Cottingley, che per Doyle erano testimonianza di un altro mondo rispetto al nostro, ma reale quanto il nostro. Sappiamo già la realtà: è stata analizzata da tanti e trattarla qui sarebbe lungo. Nel racconto, Holmes spiegherà solo a Watson, in un altro momento, cosa ne pensa, per non ferire Doyle.

Forse è meglio ricordare che l’ “agente letterario” era l’espediente di Doyle per presentare i racconti di Watson come note raccolte sul campo dall’amico dell’investigatore. Ma nonostante la fama di Sherlock, e nonostante esista un museo in quella che era casa sua (o meglio, che hanno fatto diventare casa sua) – cioè al 221b Baker street, insomma, nonostante tutto Holmes rimane una creatura letteraria di Conan Doyle, così come “questo” Holmes rimane una creatura letteraria di Polidoro ispirata dall’originale.

Massimo non si è messo a scopiazzare i testi né gli stili di Doyle. Ha usato alcuni costrutti letterari, ha fatto suo il personaggio creato da Doyle aggiungendo qualche piccola caratteristica (l’umanità del settimo racconto, una leggera nota di ottimismo nel genere umano). Poi, la costruzione di un giallo o un mistero si basa sempre su canoni precisi, quindi è bastato seguire quelli per costruire – partendo da spunti reali – i racconti.

Abbiamo un nuovo Doyle? Assolutamente no. C’è vicinanza, in qualche punto: per esempio non stravolge i personaggi. Potrebbe esser stato Doyle a scrivere queste storie? Probabilmente no per la questione della sua passione, ma se lo avesse fatto avremmo probabilmente trovato racconti simili, magari con qualche differenza di linguaggio.

Nessuno, Polidoro per primo, dice che si è voluto replicare Sir Arthur. Massimo ha voluto unire due passioni: quella per Sherlock Holmes e quella per la demistificazione. Ne è venuto fuori un libro godibile, che si fa leggere voracemente e che usa il pretesto del caso poliziesco per introdurre anche alcuni fatti reali magari ignoti ai più. A me è piaciuto: mi ha fatto anche tornare voglia di rileggere qualche “vero” Sherlock. Anche se fra racconti apocrifi, film, serie TV, cartoni animati, e – adesso – “sorelle”, ormai il personaggio si è staccato dalla penna di Doyle per vivere di vita propria.

Due note bibliografiche: edizione Feltrinelli, brossura (copertina morbida), 16 Eur (15,20 sul sito Feltrinelli)… come sempre, per me, “ogni euro risparmiato è un pezzetto di libro in più comprato”. Ma devo dire che il prezzo è onesto e vale l’acquisto.

Buona lettura.

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