L’anno scorso, forse merito dell’omonimo musical, portato anche in TV da Netflix, a mia figlia sono arrivate ben 3 copie di questa opera di Dahl (una è stato possibile cambiarla, una è stata riregalata, e la terza ce la siamo letta insieme). Dahl è un autore che inizialmente non mi ispirava tanto, ma da quando ho iniziato a leggerlo mi sono ricreduto e lo trovo sempre più attuale e sempre più interessante. Mi sono proprio goduto le sere in cui, prima di dormire, con mia figlia leggevamo insieme questa storia.
La trama penso sia conosciuta da tutti. Anche perché, oltre alle opere citate sopra, c’è anche il film con Danny Devito che riprende l’opera – pur riambientandola negli States e a qualche anno di differenza dell’originale.
Ma, se qualcuno non la conoscesse, ecco un breve cenno alle vicende raccontate nel libro.
Matilde (Matilda, in originale, e in qualche opera teatrale/cinematografica) è una bambina molto intelligente che impara a leggere da sola in tenera età. La sua famiglia, i Dalverme, vivono in un piccolo villaggio della campagna inglese. Il signor Dalverme è un venditore di auto usate, senza scrupoli, pronto a truccare i motori per poter guadagnare il più possibile, mentre sua moglie è una madre decisamente più interessata al gioco (va sempre alla sala Bingo nel paese vicino) che alla figlia. Il fratello Michele nel romanzo è citato solo poche volte, quando l’autore vuol ribadire la differenza di trattamento che i genitori riservano ai due figli. E’ poco più grande di Matilde e va a scuola.
Matilde si annoia, in casa da sola, e scopre la biblioteca cittadina, dove si reca per leggere libri, seguita dalla signora Felpa (un caldo riparo contro il gelido affetto familiare – i nomi nei romanzi di Dahl descrivono sempre bene i personaggi), una bibliotecaria sorpresa ma gentile e disponibile (la quale, ad un certo punto, le suggerisce di prendere in prestito i libri invece di andare in biblioteca tutti i giorni).
Matilde cresce ed è l’ora di iniziare la scuola. La bambina ha molte aspettative, ma si infrangono quando incontra la preside, la signorina Spezzidue, una donnona ex campionessa di lancio del martello e attuale detentrice del record di punizioni più assurde assegnate ai bambini che – secondo il suo metro – non studiano e non sanno le cose. Per fortuna la classe è seguita dalla sensibile signorina Dolcemiele, che cerca di guidare i bambini con metodi diametralmente opposti a quelli pretesi dalla preside.
Ma l’intelligenza di Matilde, che vorrebbe esplorare, scoprire, capire, sperimentare, si trova confinata in un sistema che la tiene a freno, imprigionata. E allora tutta questa voglia di imparare si canalizza – attraverso gli occhi di Matilde – in eventi soprannaturali: il rovesciamento di un caraffa addosso alla Spezzindue è il primo evento “magico” che lei produce, anche se non pienamente consapevole del meccanismo che lo ha provocato.
Senza spoilerare il finale, diciamo solo che Matilde viene a conoscenza di una grande ingiustizia e, per ripararla, sfrutta il suo potere, spaventando a morte la persona che aveva provocato quella ingiustizia e che ne stava ancora godendo i frutti. Il finale è nel classico stile “e vissero felici e contenti”, ma solo per gli eroi di questa storia: chi ha perpetrato ingiustizie non se l’è cavata molto bene. E qui mi fermo, per non togliere il gusto di scoprire come va la storia.
L’evento “paranormale”, di per sé, è quasi un espediente letterario. Dahl non mi sembra un convinto credente del paranormale, e usa la magia come la si usa nelle fiabe, per spiegare qualcosa di più grande a piccoli lettori.
Ma una lettura più profonda ci aiuta a capire che l’evento che scatena il fenomeno paranormale è il vero filo conduttore di tutta la storia: l’ingiustizia. La caraffa viene rovesciata addosso alla Spezzindue quando questa accusa – ingiustamente – Matilde di averle combinato uno scherzo (mettere un tritone nella caraffa destinata alla preside). Matilde non ci sta. E non potendosi ribellare a parole (molto pericoloso) o ad azioni (estremamente pericoloso) l’unico sfogo che ha è concentrare la sua energia (milioni di piccolissime mani invisibili) su un oggetto fino a rovesciarlo.
Matilde ha vissuto l’ingiustizia fin da piccola. Se inizialmente era ignorata dai genitori, si troverà in poco tempo ad esser disprezzata, perché – diciamolo francamente – più intelligente di loro. Cosa impossibile, se non addirittura un affronto, per loro che vivono solo di apparenza: chi va oltre essa è un pericolo per la loro stessa esistenza. Se l’atteggiamento del padre (apparire degno di fiducia per truffare il prossimo) è disdicevole, ho provato inquietudine per quello della madre, che ogni giorno si reca nel villaggio vicino per giocare a Bingo, truccata pesantemente, lasciando sola la piccola. Ma è soprattutto la discussione che la madre di Matilde ha con la signorina Dolcemiele – recatasi da loro per far presente la grande intelligenza della figlia – che mostra tutta la meschinità, la povertà intellettuale e l’ottusità della persona. Mi è rimasto addosso un enorme senso di tristezza nel constatare che tale atteggiamento a volte lo si vede anche nel mondo reale.
Se per i bambini è una fiaba, per i grandi è un monito. Dahl ci vuole raccontare l’instupidimento della società. Siamo negli anni ’80 del XX secolo e, l’autore – Matilde è stata pubblicata nel 1988 – vuol richiamarsi al materialismo che in quel periodo perversava in Inghilterra (ma anche nel resto del mondo). L’essersi fatto da solo (il self made man, che non ha bisogno di istruzione), il far contare solo i soldi, il successo, esprimendoli in belle auto, case, abiti. Il concentrarsi sull’apparire, seguendo pedissequamente la TV (la signora Dalverme è appassionata anche di telenovelas – piccola nota: nella versione originale il programma più seguito è invece uno show di intrattenimento / quiz pomeridiano – il “metodo facile” per far soldi ed avere successo).
La lotta che Dahl vuol descrivere è concentrata in questa piccola frase estratta dalla discussione fra la signorina Dolcemiele e la signora Dalverme. Mentre l’insegnante cerca di spiegare l’intelligenza di Matilde, e che le farebbe bene andare ad una scuola speciale, la madre – continuando a guardare la TV – smonta tutto confrontando sé stessa con la Dolcemiele. Lei si sente arrivata (ha un marito che guadagna bene, anche se disonestamente, ed una bella casa) mentre l’altra è una sciocca che non vale niente… “Lei ha scelto l’intelligenza, io ho scelto la bellezza”. Puro “apparire” contro “essere”.
Ma Dahl se la prende anche con la scuola, anche in questo caso tendente più ad apparire che ad essere. Lo descrive bene il netto contrasto fra la Spezzindue e la Dolcemiele. Se la prima vuole che i bambini sappiano rispondere a domande con nozioni a memoria e risposte pronte, la seconda privilegia la conoscenza imparata col ragionamento. Il “cosa” contro il “come”, il risultato contro il processo per raggiungerlo.
Il mondo, da quel lontano 1988, non sembra molto cambiato. Mi domando cosa direbbe oggi Dahl dei social network, sulla frenesia di essere visualizzati e la fame di like. Ma ho un po’ di speranza: conosco bambini che hanno voglia di leggere e sono curiosi – non parlo solo di mia figlia. Ma anche la favola di Matilde è un segno di speranza, perché alla fine una bambina riesce ad aver ragione di prepotenti e cattivi.
Matilde non è una super eroina. Quando la vicenda si chiude, quando le cose tornano nel giusto ordine, il potere scompare. Matilda è piuttosto una rivoluzionaria: quando vede una serie di ingiustizie verso di lei e le persone che ama, sente crescere dentro di sé il potere che le darà la possibilità di cambiare le cose. E’ una persona qualunque che fa cose eccezionali in casi eccezionali.
Penso che Dahl avesse piacere che tutti i bambini fossero come Matilde, e con questa storia vuol consigliare loro come fare: la lettura e la conoscenza ti aprono grandi porte.
Buona lettura.
P.S. Quasi dimenticavo: la traduzione. L’edizione in mio possesso è una ristampa di gennaio 2024 della versione “originale” di Salani del 1989 (“superistrici”). La versione, quindi, è ancora quella tradotta da Francesca Lazzarato e Lorenza Manzi, che hanno scelto (all’epoca la tendenza era quella) di trasformare in italiano i nomi originali. La loro bravura è stata nel mantenere la stessa evocatività del nome assegnato da Dahl. Come accennato sopra: con Dahl il nome del personaggio è il personaggio stesso, e riuscire a mantenere lo stesso senso anche in italiano è stata una pura opera d’arte.
Questo blog si serve di cookie tecnici per l'erogazione dei servizi e ospita cookie di profilazione di terze parti, utilizzati per la personalizzazione degli annunci pubblicitari. Se vuoi saperne di più a riguardo, compreso come cancellarli e/o bloccarli, accedi alla pagina Cookie Policy per visionare l'informativa completa, altrimenti clicca su "OK" per accettarli esplicitamente. Se prosegui nella navigazione sul sito acconsenti tacitamente al loro uso. Maggiori info
Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.